Il cosiddetto “Castello Vecchio”

Per definire adeguatamente la storia e l’importanza del cosiddetto “castello vecchio”, che tradizionalmente il popolo indica come “La Torretta”, bisognerebbe raccogliere la gamma di notizie tramandate dalla storiografia locale e da quella più generale.

La più importante e completa è quella sintetizzata dal domenicano Padre Giuseppe Lottelli nella sua opera manoscritta del XVII secolo, che distingue chiaramente i due castelli, quello “nuovo” costruito dai Normanni intorno al 1042/43, e quello “vecchio”, già esistente da secoli alla sommità del colle che guarda Occidente.

Nel capitolo XII del I libro si dice, infatti, che nell’XI secolo a Squillace fu fondato un castello da Guglielmo Normanno e da Guaimaro Principe di Salerno, ma che nella città esisteva già un castello più antico. L'autore sostiene che proprio questo castello costruito nel suolo appartenente al Monastero Castellense, sia l'oggetto della lettera di Papa Gregorio al Vescovo di Squillace nell’anno 598.

Non sappiamo se sia veramente così, ma appare indubitabile che una collina - così strategicamente importante per la vista del Golfo, la posizione granitica e inaccessibile tra due fiumi (il Pellene di Cassiodoro e il Ghetterello) e il controllo dell’entroterra – possa essere stata lasciata inabitata e inutilizzata dal punto di vista difensivo, militare, e umano. Nel Medioevo, la Torretta faceva parte del sistema difensivo del borgo, ne costituiva la torre più importante e controllava la porta ovest della cinta muraria.

Gli scavi archeologici condotti nell’estate del 2011, hanno portato alla luce la fase post-medievale della torretta.

Da ricordare inoltre che negli anni 1861/62, il “vecchio castello” o “Torretta” diventa, ancora in modo inspiegabile, il luogo dove Giovanni Verga incentra le principali vicende del suo primo romanzo “I Carbonari della montagna”, un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat.