Il castrum bizantino di Santa Maria del Mare

Il  castrum detto di Santa Maria del Mare occupa la parte sommitale del promontorio di Copanello. Naturalmente difeso da pendii scoscesi terminanti in due profondi valloni al fondo dei quali scorrono ancora oggi due torrenti, il Lamia a nord-est ed il Vulcano a sud-ovest, il sito domina dall’alto il mare con panorama di suggestiva ed eccezionale bellezza. Nel paesaggio, segnato da maestose rocce di granito verde-azzurro e da banchi di bianco calcare, si alternano la macchia mediterranea, con il leccio, la quercia, il mirto, il corbezzolo e il ginepro, l’ulivo, coltivazione secolare in Calabria, il fico d’india.

Il castrum si sviluppa per un’area di oltre quattro ettari: dal punto di vista urbanistico la città si organizzava in una acropoli e in un quartiere basso. La prima si trova sulla sommità della collina, caratterizzata da due piattaforme elevate, unite da una sella. Il secondo è quello ove si conserva ancora la chiesa di Santa Maria del Mare.

Sia l’acropoli che il quartiere basso erano protetti da un muro di cinta che, nel punto meno difeso naturalmente, assumeva l’aspetto di un potente muro di sbarramento. Su questo lato, quello settentrionale, il muro di cinta era intervallato da cinque torri, di cui quattro a U ed una quadrata, risalente al periodo greco. Due di esse proteggevano, affiancandola, la principale via d’accesso all’insediamento, che avveniva quindi da nord. Diverse posterulae (passaggi pedonali) dovevano poi permettere l’entrata e l’uscita delle persone.


Il periodo greco

Nell’ambito degli scontri inevitabili che vi furono per il controllo del territorio da parte delle principali colonie greche ed in particolare in questo tratto della costa ionica Kroton e Locri Epizefiri, è probabile che nel corso del VI secolo a C. il promontorio di Copanello sia stato fortificato dalla sub-colonia crotonese Skilletion per il ruolo geografico che occupava, per il controllo del mare e del territorio nei confronti della rivale Locri. Questa fortificazione, localizzata sulla piattaforma settentrionale della sommità del promontorio, era costituita da un imponente muro di sbarramento largo tre metri, affondato nella roccia, e costruito su una fondazione a secco di grandi pezzi di granito non lavorato, sulla quale fu innalzato un muro in blocchi squadrati di calcare. I due bracci del muro di cinta, che formavano un angolo ottuso di 140°, erano intervallati da una torre quadrata che si innestava esternamente nel loro punto di giuntura. La torre, rivolta verso nord-ovest, misurava m 4,20 x5, con mura spesse oltre m 2.

Non ci è dato di sapere come fosse organizzata all’interno la fortificazione. Il materiale ceramico ritrovato è databile dalla seconda metà del VI sec. a.C fino al IV secolo a.C., ma una moneta di Siracusa del 240-218 a.C. indica una frequentazione del sito anche nel III sec. a.C..

Dopo il III secolo non abbiamo più nessuna testimonianza di presenza e di frequentazione del sito fino al periodo tardoantico: la conquista romana del Bruttium causò sicuramente l’abbandono della fortificazione, essendo con il mare nostrum venuta meno la necessità di difendersi.


Il periodo bizantino (VI-XI secolo)

Preceduto da un insediamento a capanne di V-VI secolo nel quale si svolgevano attività artigianali di tipo metallurgico, il castrum venne costruito nella seconda metà del VI secolo. La fortificazione, che si estendeva fino a comprendere la piattaforma su cui si trova la chiesa di Santa Maria del Mare, comprendeva un vasto abitato composto da case di piccole dimensioni (circa m 5x5), con solo piano terra ed un piccolo cortile che si sviluppava alle spalle del vano principale dove venivano tenuti gli animali domestici.

Linsediamento risponde ai criteri dei trattati militari dell’epoca, e riproduce un modello architettonico adottato in diverse aree dell’impero, in Africa settentrionale, in Siria, in Dalmazia: sito arroccato e naturalmente difeso da pendii scoscesi, interamente protetto da un muro di cinta potenziato nel punto di maggior debolezza del promontorio, a settentrione, costruito con l’utilizzo di materiali di spoglio. La sua planimetria, così come la tecnica di costruzione, suggeriscono l’intervento di architetti bizantini: le torri a pianta a U si ritrovano a Dara in Mesopotamia settentrionale, a Sergiopoli e a Palmira in Siria, a Amphissa in Grecia, in diversi castra del Basso Danubio, a Sarda in Albania, ed anche la tecnica a blocchi squadrati richiama le fortificazioni di epoca giustinianea e post-giustinianea.

Oltre all’abitato, il castrum ospitava una basilica dalle dimensioni imponenti (m 10 per oltre 30) localizzata nell’acropoli a ridosso del muro di cinta. Diverse tombe furono ricavate nel suo pavimento a lastre di calcare ed una vasca battesimale si trovava al centro della navata. Un piccolo cimitero che constava di tombe terragne molto semplici si trovava in un’area consacrata adiacente la chiesa, mentre una necropoli più vasta era localizzata nella parte bassa della città. Alcuni edifici pubblici per l’amministrazione della città completavano il quadro urbanistico del castrum.

Gli anni successivi la fondazione furono caratterizzati da una relativa tranquillità: non vi furono interventi di rilievo e le fonti materiali ci indicano un’economia ancora vitale anche se già in parabola discendente: le anfore da trasporto sono attestate in piccola quantità ed attestano un commercio soprattutto regionale e con l’Africa settentrionale. La grande quantità di manufatti locali e la quasi totale assenza di ceramica da mensa africana, ci riporta ad un contesto di produzione su larga scala per l’autoconsumo. Anche il consumo dei prodotti interni, come ad esempio il vino, appare molto basso, a meno che per il commercio a breve distanza non fossero usati contenitori di legno. Il ritrovamento di una sola moneta di questo periodo, un mezzo follis della seconda metà del VI secolo, è emblematico della trasformazione già in atto del sistema economico.

Alla fine del VII secolo il castrum venne parzialmente distrutto da un assedio longobardo e ricostruito nel corso del secolo successivo. Muro di cinta, torri e basilica furono oggetto di un imponente restauro, mentre le case localizzate a ridosso del muro di cinta non furono ricostruite, indicando la contrazione dell’abitato e l’inizio di una profonda crisi demografica ed economica che si riflette anche sulla cultura materiale.

Bisognerà attendere la seconda metà del X secolo per assistere ad una vera rinascita della città: muro di cinta torri e basilica furono rinforzate con il raddoppiamento dello spessore dei loro muri. Nuovi arredi architettonici andarono ad abbellire la basilica pavimentata con lastre di terracotta, in parte recuperate dal periodo romano ed in parte appositamente prodotte. Un nuovo vasto abitato si installò di fronte all’entrata principale del castrum: si tratta di case abbastanza grandi (m 10 x 5), articolate in due stanze, pavimentate con suoli di malta e pietre. L’emergente ceto dirigente della città scelse invece come dimora le torri, che constavano di un magazzino al piano terra e di un primo piano destinato ad abitazione.

Anche dal punto di vista militare, questo periodo offre delle novità: grandi caserme furono costruite a ridosso del muro di cinta, dotate di fosse granaie e di riserve di granate esplosive utilizzate per incediare le strutture lignee d’assedio.

Lo sforzo economico necessario alle opere di restauro del castrum rivelano una ripresa tangibile anche nella cultura materiale: monete bizantine soprattutto, ma anche ottolini di Pavia e tarì d’oro di Salerno, testimoniano la rinascita degli scambi commerciali: ceramiche importate dalla Sicilia, dall’Oriente e dal Nord Africa abbellivano le tavole più ricche, mentre la produzione di vasellame locale andava specializzandosi e proponeva forme nuove e variate. Tantissimi anche gli oggetti in metallo (coltelli, fibbie, borchie, chiodi) e in osso (dadi e pedine da gioco, manici di utensili, bottoni, un flauto), più rari i gioielli (catenine in bronzo, anelli, pendagli) e gli oggetti di vetro (soprattutto calici di bicchieri e di lampade).


La conquista normanna (seconda metà dell’XI secolo)

Nel 1059 si concluse la conquista normanna della Calabria descritta da Goffredo Malaterra nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius. Anche il castrum venne conquistato e buona parte delle strutture militari e dei principali edifici furono distrutti. Alla conquista seguì però una breve rioccupazione dell’insediamento: il muro di cinta fu restaurato, le caserme dotate di un tipo arredo normanno, il caminetto; le torri dotate di pavimenti in cotto così come la basilica. L’abbandono definitivo del sito avvenne intorno alla fine dell’XI secolo: da questo momento in poi non più occupato e le vestigia rimasero sepolte fino all’inizio dell’indagine archeologica nel 1986.